Io sono pronto

14 Giugno 2008 4 commenti

 

Sono disgustato. Dall’indifferenza della gente. Talvolta perfino dalla mia. Ma io in questo paese malato terminale ci vivo. E l’indignazione non basta più, non serve più, è una sensazione superata, come se fosse stata inglobata nella rassegnazione, in un’alzata di spalle. Come se la speranza di poter vivere in uno stato più trasparente fosse un’utopia. Perché in Italia le utopie non sono più degli ideali di libertà e giustizia assoluta, le utopie sono di avere un’informazione che racconti come stanno le cose, di non avere ruoli di potere e insieme dei conflitti d’interesse insanabili.

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Sono un’isola

27 Febbraio 2007 2 commenti

Sono un’isola.

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Remo è qui

23 Marzo 2006 1 commento

Remo è qui.
E sento di essere quasi pronto a dargli voce, a riprendere il discorso interrotto. Dopo mesi di assorbimento alla stregua di una spugna, ecco che goccia dopo goccia il torrente può diventare fiume, un fiume di parole.
Remo darà di nuovo senso alle scelte, alle aspettative, alle speranze.
E? più di una speranza, è meno di una certezza.
Ma voglio andare in quel deserto che è l?inizio di una storia da raccontare e mischiare i colori, dipanare la matassa, seguire un filo, una traccia senza smarrirla, cogliendo indizi e particolari per la strada, una strada lunga e difficoltosa, in grado però di regalare emozioni e soddisfazioni.

Ricomincio.
Mi fermo qui, per ora.
Ma non è detto che non possa tornare a volte.
E? un saluto a chi passa sempre di qui.
Ora scappo, parto per il viaggio.
e

Cinico cinismo

15 Marzo 2006 3 commenti


E? come dire che se respiro io vivo. Eppure se respiro, inspiro ed espiro, non è detto che aspiro. E? come dire che se c?è il sole fa caldo, quando invece può far un freddo micidiale.
Cinico cinismo, a volte ci vuole per raccontare la storia, per sentirsi più sicuri, per vedere da vicino la realtà e i fatti scorrere per quello che sono.
Ci sono derive che non verranno mai narrate, milioni di uomini allo sbando di cui non si sa nulla se non che fanno parte di un numero stimato, un numero enorme, inimmaginabile, un numero di cui magari faccio parte anch?io o voi che leggete. Perché quando si è alla deriva è difficile accorgersene. E la deriva non può essere razionalizzata e analizzata, è qualcosa di soggettivo per ognuno, ognuno ha un suo inizio e una sua fine, ognuno ha un momento dove la lucidità manca, si perde, finisce.
Provate, provate a chiedervi quanto lucidamente riuscite a inquadrare la vostra vita, quanti contorni riuscite ad afferrare, quante certezze avete nelle mani.
La paura è normale finché è definita e indirizzata, finché un pavimento sorregge le speranze di non cadere; è quando si apre il vuoto sotto i piedi che si esce allo scoperto, si smette di nascondersi o ci si nasconde in eterno.
Un punto riconoscibile da cui è partita la prima piccola, piccolissima, crepa c?è sempre, magari è quel giorno che c?è stato quel giramento di testa, oppure è stato quel litigio, oppure quello schiaffo morale, oppure quella debolezza, oppure è solo cinico cinismo per spiegare che prima o poi una cosa bella termina, si esaurisce, e si, finisce.
E poi è come parlare credendo di essere capiti, compresi fino in fondo, e invece ci si specchia uno di fronte all?altro, senza tirare conclusioni che non siano già state tirate. Lodevoli tentativi di un respiro, almeno uno, fuori dall?acqua, un respiro a pieni polmoni, per assorbire ossigeno puro che faccia si che la vita non resti solo un ricordo di un?apnea infinita. Di modo che quel respiro resti l?inossidabile speranza che possa ricapitare, che possa tornare come un regalo piovuto dal cielo. Anche se alla fine sarebbe proprio un cinico cinismo a permettere di affrontare l?inconsapevolezza di essere impegnati a remare contro quella possibilità, con ardore, a testa bassa, affossando il presente, celebrando il passato, svuotando il futuro di alternative, di scelte.
Ci si piega, ci si affanna, ci si rincorre, con mille perché senza risposta che ruotano intorno sbeffeggiando i leciti dubbi, e si prosegue, si va avanti a remare controcorrente come se prima o poi il premio arriverà, e la pace possa rasserenare il cuore e la mente, e il cerchio percorso e ripercorso possa finalmente chiudersi.

Qualcosa che riguarda tutti, che riguarda la libertà

7 Marzo 2006 2 commenti


Non mi piace la politica.
Non mi piacciono le facce vecchie di una Italia vecchia. Non mi piacciono sempre le stesse facce a spartirsi le poltrone del potere. Non mi piace la destra, non mi piace la sinistra.
Li avete visti bene i protagonisti della politica? Guardati con attenzione? Bene, a me sembra che abbiano tutti lo stesso volto, lo stesso interesse, le stesse mani sporcate dalle strette di mani ancora più sporche. E la gente si anima nei bar, nei salotti, in un ufficio o sul pullman, ma poi dimentica immersa giustamente nella propria vita. Ma questa dimenticanza fa solo il gioco di chi vuole che la gente dimentichi, e questo meccanismo in Italia funziona così bene, che la gente ha dimenticato da quanti decenni sono sempre gli stessi a governare, a comandare.
Questa volta però, ad un mese da nuove elezioni per eleggere guarda caso gli stessi due candidati del 1996 come se dieci anni non fossero passati, c?è qualcosa di nuovo in ballo. Qualcosa di grosso, qualcosa che tanti uomini hanno conquistato con passione, con battaglie violente e non, con la morte soprattutto. Qualcosa che se anche vogliamo fare finta di non vedere dovrebbe riguardare anche noi.
Questa volta in ballo c?è la libertà. Non c?è più destra contro sinistra, ma c?è un uomo potente come nessuno nel mondo democratico, un uomo che appare sempre dolce, un uomo buono, un uomo bravo, un uomo immagine, un uomo costruito, mai fuori posto, un uomo che si controlla, che sa sempre cosa dire, cosa fare, quando sorridere, quando ammiccare ad una telecamera, quando trapiantarsi dei capelli come se fosse un attore; un consumato personaggio dello spettacolo, forse egli stesso incredulo di come il suo gioco sia diventato reale, di come decine di milione di persone gli hanno creduto, si siano bevute le sue storielle, le sue promesse sempre più grosse, incredibili, quasi a vedere dove si può arrivare, dove questo popolo possa arrivare a farsi mentire, a farsi prendere in giro, a farsi illudere; chiedendosi dunque quando questo popolo proverà a ribellarsi e finalmente indignarsi. Un uomo che controlla le televisioni, che possiede la più grande, e quasi monopolista, casa editrice del paese, che possiede banche, assicurazioni, che ha partecipazioni in tutti i settori dell?informazione e dell?economia. Un uomo che ci governa da cinque anni, che ha potuto con i suoi avvocati presenti in parlamento, promulgare leggi su misura per lui, per i suoi processi, per farsi prescrivere, per non farsi giudicare. Un uomo che censura, che può querelare un giornalista o un comico per decine di milioni di euro, zittendolo, imbavagliando le voci contro con il potere dei soldi, con l?intimidazione morbida, psicologica, quella che ti colpisce nel sonno e non ti fa più dormire.
Questa volta ci sono in ballo i principi. Questa volta non si può fare silenzio. E se necessario bisogna staccare i cervelli addormentati davanti ai vari grandi fratello, ai programmi indecenti, e fargli vedere a quale lavaggio del cervello quotidiano vengono sottoposti, per non pensare, per accondiscendere, per uniformarsi, in un appiattimento morale e culturale, che spaventa.
Lo ripeto la sinistra fa pena, ricolma com?è di un?ipocrisia fastidiosa, di una superbia, appunto morale, compiaciuta di se stessa, intenta a guardarsi allo specchio, a prendere accordi con il nemico, per partecipare al gioco anche se le regole non esistono più. La sinistra non ha un?identità, non ha idee nuove, non propone, ma si adegua. E spuntano i pannelli pubblicitari con le promesse simili a quelle dell?uomo immagine, in una gara a chi punta più in alto, a chi la spara più grossa. Una sinistra che si allea con gli estremisti, con i no global, un movimento nato da una bella idea trasformatosi in un?associazione antipatica, odiosa direi, identificata solo con gli scontri con la polizia, con le devastazioni, con i danni, con i provocatori, con i soliti figli di papà alla moda. Una sinistra che non sembra avere i mezzi per salvarci, e che nonostante una vittoria data quasi per sicura fino a pochi mesi fa, in questa campagna elettorale perde colpi, subisce senza replicare, senza tirare fuori gli argomenti giusti. Senza ribadire in continuazione che la prima cosa da fare una volta eletti è una legge sul conflitto di interessi, una legge che non permetta più all?Italia di essere un paese parzialmente libero, e cioè occupato, al 77° posto nella classifica sulla libertà di stampa, dietro paesi sudamericani, e africani.
Io non voglio questo. Io voglio essere libero, libero di sentire tutte le voci, anche quelle che non sopporto. Voglio un?Italia fiera, ospitale ma non succube, gentile ma non ingenua, furba come è sempre stata ma onesta.
Questa volta andrò a votare perché, dopo schede bianche e astensione convinto da sempre che il mio voto non avrebbe cambiato le cose, mi schiero contro una dittatura dell?informazione, contro il potere incentrato su un?unica, potente, ed egocentrica persona.
Un voto contro.
Libero.

Il bacio dell’indifferente, la risata del traditore, il pianto dell’ipocrita

27 Febbraio 2006 21 commenti


C?è Eli, Elisa, Elisabetta. Una persona, una ragazza, tre volti da mostrare, tre pubblici da incantare. C?è il bacio dell?indifferente, la risata del traditore, il pianto dell?ipocrita. Interessata ad un percorso dritto verso il desiderio soggettivo, senza principi a cui sottostare, con la scusa facile dell?ingenuità, e la confusione sovrana da venerare per scappare dalle responsabilità, e poter continuare a cambiare il nome all?egoismo. Ma se i nomi possono essere cambiati, gli sguardi restano nell?aria per giorni, fissi, puntati nell?obiettivo, in un fotogramma che non mente, che non permette nascondigli, che non perdona.
C?è Ale, Alessia, Alessandra. Una persona, una donna, tre personalità da evitare, tre vittime da sotterrare. C?è il sesso come arma, c?è il dolore come catena, c?è la freddezza come anestetico. E lei vuole, vuole quello che vuole senza stare a pensare se è giusto o sbagliato, e non importa se nella corsa si inciampa nella fiducia data, se con gli occhi chiusi si abbattono speranze, se con gli occhi negli occhi si lascia sfuggire la presa di una mano. Ma se i giorni passano lo stesso, e le persone si possono dimenticare, e sempre si può ricominciare qualunque sia la colpa, prima o poi il male si ribella al male, e forse all?improvviso o forse piano piano non è dato sapere, potrà spiccare chi può camminare a testa alta, con l?orgoglio di essere nel giusto, e di essere se stessi, nel rispetto del rispetto.
C?è chi crede di scoprirsi diverso, all?improvviso, deluso da se stesso, come se questa giustificazione fornisse un alibi adeguato, e fungesse da risposta a chi si ritrova sbattuto a terra da una verità che frastorna, che fa perdere l?equilibrio senza più confini a cui aggrapparsi. La leggerezza con cui si può far male è un?arma in dotazione a donne e uomini irresponsabili, e la facilità con cui si colpisce è una selezione a cui non si scampa: chi è sensibile sarà sottomesso, chi ha principi sarà fatto da parte, fin quando anche l?ultimo degli scrupoli, il più istintivo, verrà meno. O forse è già venuto meno, annientato proprio da chi non te lo saresti mai aspettato, proprio da chi un giorno è la tua mano nella sua mano, proprio da chi un giorno è il tuo cuore che batte, proprio da chi un giorno è il proiettile che devasta i pensieri e ti lascia inerme a chiederti dove hai sbagliato.
Poi il tempo passa, e le domande cambiano, la maturità affievolisce la passione, le risposte sono più facili, si è più accomodanti con le verità scomode e con le persone che imperterrite abbattono sicurezze. Si conquista e si perde, si conquista calma, si perde speranza.
E c?è chi guarda dall?alto di un promontorio, o dal seminterrato di un palazzo fatiscente, e nell?ombra nutre le sue paure con l?orrore dei suoi errori, sfogliando album di ricordi, sforzandosi di ricordare se anche lui ha baciato senza sentimento, o se ha sorriso dopo aver tradito, o se ha mai pianto per il vuoto che ha provocato, un vuoto vuoto e senza fondo.

Un minuto qualunque

17 Febbraio 2006 11 commenti


Ore quattro del mattino di un giorno qualunque, di un febbraio qualunque, di un anno qualunque. Ore quattro e un minuto, un minuto qualunque, in un locale qualunque, in una città qualunque, tra chiunque. Un minuto in cui avviene un?illuminazione inaspettata, e l?aria si ferma, il resto svanisce e resti te da solo con in mano nient?altro che il vissuto che si sviluppa in moti circolari sempre più lenti ma pur sempre ripetitivi.
Ore quattro e dieci, il disagio aumenta, è una forza che alimenta, è un sole che rammenta, e per quello che rappresenta è il dono della stessa presa di coscienza, rinnovata, ritrovata.
Ore cinque, gli occhi sono quelli che conosco, lo sguardo ancora insicuro non perderà la traccia legato a doppio nodo con l?essenza del passato e l?essenza di un presente che sfugge e va rincorso anche se si è rimasti a guardare troppo a lungo.
Ore cinque e tre minuti, un boato, seguito dallo schianto, e vetri dappertutto, e fiatone e cuore che batte, e lamiere che stridono contorte, e corpi per terra, e pensieri da prendere al volo, gli ultimi.
Ore cinque e dieci minuti, una sirena e tante persone curiose, luci azzurre lampeggianti, unghie spezzate sulle transenne di un parente in lacrime, grida e parole sommesse; un telo, due teli, tre teli a coprire volti, tre passati che se ne vanno, tre futuri che non ci saranno, tre presenti qualunque persi per sempre.
Ore cinque e venticinque, fa freddo, un freddo cane, per terra il ghiaccio scintilla alla luce dei lampioni, l?eleganza dei miei abiti funge da stacco emozionale, la portiera si apre, l?abitacolo mi accoglie, la vita c?è ancora anche se l?ho appena vista spezzare, uguale ad una notizia qualunque di un telegiornale, come se ci fosse differenza, una differenza netta che c?è e non c?è.
Ore sei, guido verso casa, mi guido verso casa, ti guido verso casa. C?è troppo di quello che sono stato e poco di quello che ero, ma il cambiamento è cominciato e inesorabile mi porterà da qualche parte, è quello che sento.
Ore sei e ventisette, mi sdraio sul letto, protetto dalle coperte, penso e ripenso a quei pensieri persi, a tutti quei pensieri ripersi, a tutti quelli persi per sempre. E mi dedico un momento per sentirmi speciale. Trovo, conquisto, perdo, ritrovo.
Ad un?ora qualunque, dovunque e comunque, Gianmaria vorrebbe salvarmi.
In prospettiva, so che Remo mi salverà.

Senza l’infinito perdiamo

13 Gennaio 2006 7 commenti


Fisso un punto lontano, mischio i contorni, le voci e i colori.
Leggo di chi ce l?ha fatta, leggo le mie paure tra le righe, leggo e non ascolto.
Non recepisco i messaggi inviati dalla mente, né quelli che il corpo pretende, non ascolto.
Chiedo perdono alla gestione mente sana in corpo sano.
E griderò sempre più forte, stringerò i pugni sempre più forte, non mi darò tregua, non permetterò di adagiarmi, di arrendermi, di dimenticarmi cosa mi rende felice.
La parola, le parole, mantengo fede, spargo sale raccolgo dolore.
Fascio rami secchi, li abbraccio e li butto nel fuoco. Li guardo bruciare, sorrido o tengo la testa tra le mani.
Osservo nuovi greggi passare, pensando di sparare, sperando inutilmente che si possano fermare.
Cosa posso fare e cosa non posso fare. La delusione è un?arma per scoprire i propri limiti, avere sogni è la pace per superarli.
Passione e vitalità.
Raccolgo e butto via. Assaporo ma non gusto. Splendo ma non abbaglio. Penombra nel buio.
Ti piace sentire e non sentire, provare e non provare, lasciarsi andare ma non del tutto, alzare la mano e non dire, camminare e non correre, accelerare e frenare, la via di mezzo che non va mai da nessuna parte?
Domando e la luna non risponde, e il sole non si fa guardare, e le stelle sono troppo lontane, e il cielo è troppo grande, e le nuvole sono sfuggenti, e il vento scappa veloce, e la pioggia si lascia calpestare, e la neve si scioglie, e i fiumi non si fermano, e il lago non ha orizzonti, e il mare si arrabbia, e dio non esiste, e gli uomini non sanno, inventano, e ci credono, e gli animali non hanno pensieri, e gli alberi sono rimasti in pochi, e i palazzi sono cattivi, e le macchine hanno risposte preordinate, e l?aria è vecchia, e le montagne non sanno più cos?è l?infinito, e io.
Curioso, costruisco immagini mentali indistruttibili che provocano inevitabilmente rancore, rimprovero, colpevoli accuse infondate.
Lasciamo perdere, lascia perdere, lascio perdere. Perdiamo.

Ti immagini. Una giornata di mare invernale

6 Gennaio 2006 4 commenti


Il mare è dietro la finestra, dietro la porta, dietro di me. E lentamente la marea sale, ricopre centimetri di spiaggia, porta e riporta, avanti e indietro, un sassolino coraggioso. Il vento sibila e scompiglia i capelli, nasconde le prime tre righe della lettera che ho scritto. Le nuvole grigie e compatte sono squarciate da un lampo di sole che illumina il fianco della montagna alle mie spalle. Una macchina passa sul lungomare con un bambino affacciato dal finestrino posteriore che saluta e ride insieme alla sorellina. Un uomo corre seguendo la linea tracciata dalle onde sul bagnasciuga, lascia impronte che non resteranno nel tempo, scherma la vista con gli occhiali da sole e l?udito con le cuffie del lettore portatile. Una donna sola asciuga una lacrima sul viso, rivolta al mare sembra chiedere perché; poi sorpresa sorride all?uomo che corre, e scambia due parole, un saluto, una stretta di mano, e un nuovo incontro potrebbe nascere, crescere, morire, imprevedibile come un sassolino che resiste alla marea e lotta per non affondare. Un altro uomo legge un quotidiano al bar della spiaggia, raccoglie informazioni di luoghi lontani e apparentemente irraggiungibili da quel paesino della costa ligure, sorseggia il caffè fumante, risponde al cellulare, paga e se ne va; poi sale le scale e incrocia la macchina con il bambino che si sbraccia verso di lui e pensa al figlio che non ha mai avuto, o al figlio che ha perso, o al figlio che non conosce ma che lo aspetta a casa. Il gestore del bar sparecchia i tavoli della colazione, mette in funzione la lavastoviglie, prende un pugno di sabbia tra le mani per osservare la direzione del vento; sa che sarà una buona giornata di vela, abbassa la saracinesca e si dirige al porto. Un cane insegue un legno lanciato dal padrone, forsennato alza mucchi di sabbia, scava buche e con la lingua a penzoloni si butta nell?acqua ghiacciata. Due amiche passeggiano stringendosi per ripararsi dal freddo invernale, si scambiano un libro e si abbracciano convinte, pensando al passato, al legame saldo, alla lontananza, alle strade che a volte si ricongiungono. Un passero zampetta tra le briciole di un panino, spicca voli circoscritti, pauroso ma temerario più di altri non si arrende. Una signora seduta su una seggiola pieghevole attende l?ispirazione per dipingere il panorama, con il pennello tra le labbra contempla le due amiche abbracciate; poi assorta spreme dei tubetti di tempera sui palme delle mani, immagina i colori prima di spargerli sulla tela con movimenti circolari, e come una magia il suo quadro è un arcobaleno, lo stesso che compare improvviso dallo squarcio nelle nuvole. Un treno sferraglia sui binari diretto in Francia, con il suo carico di persone, di storie che non si conosceranno mai, e che per questo appena passato lascia già, anche nel suo piccolo, forse ininfluente eppure presente, un carico di malinconia. Come la malinconia della giornata di un osservatore, che guarda, nota, apprende, sente, e riversa su sé e sulle sue esperienze immagini e sensazioni che lo trafiggono, lo abbindolano, lo allontanano e lo avvicinano alla realtà delle cose, lasciandolo sempre e comunque fermo, immobile ad aspettare che le immagini si possano trasformare in emozioni.
Poi passa una barca a vela con a bordo un uomo solo, e quell?immagine da sola basta a colmare le mancanze di quella giornata, basta per capire che quell?uomo in quel momento è libero di essere, di andare, di navigare in solitudine nello spazio e nel tempo dei suoi pensieri.

Non voglio, voglio (delirio no.3)

23 Dicembre 2005 9 commenti


Non voglio più vivere in questo mondo, questo piccolo mondo che gira su se stesso sempre più veloce, ormai irriconoscibile.
Non voglio più questo mondo assassino, dove camminare liberi sembra un regalo di natale. Non voglio più incastrarmi nel traffico, e pregare perché il semaforo resti verde, e controllare di non essere filmato dalle telecamere che i comuni hanno installato ovunque, non voglio più temere di superare i limiti di velocità, non voglio più questi ritmi folli e la sensazione di non essere niente, di essere parte di un ingranaggio impazzito, senza controllo eppure super controllato. Non voglio più incontrare facce sconosciute ad ogni incrocio, non voglio più sentire quel freddo che mi trasmette, non voglio più aprire la finestra e respirare gas, odori chimici, puzze nauseanti che rendono l?aria una miscela cancerogena, e non voglio più vedere quel casermone che raccoglie i malati di cancro, dai bambini agli anziani, ognuno con una loro storia triste che uccide piano piano a sentirla raccontare. Non voglio più rappresentazioni del dolore, non voglio più immagini da cancellare, non voglio usare la maggior parte del mio tempo a difendermi dagli attacchi esterni, non voglio più vedere la pubblicità, non voglio più politici né politicanti. Non voglio che mi guardi e non capisci, non voglio che mi parli e mi compatisci, non voglio più starti ad ascoltare, non voglio togliere le fondamenta alla tua realtà finta perfetta, perché sei perfetta così, e vai bene così, non dirò il contrario, infatti sono io che non voglio, è a me che non va bene. Non voglio più ascoltare canzoni di plastica, non voglio più vedere donne di plastica, non voglio più vedere amici di plastica. Non voglio più credere che se tu credi è una scelta. Non voglio più partecipare, l?iscrizione è cancellata. Non voglio più parlare finchè non sarò felice. Non voglio il rumore, parti meccaniche innaturali a contatto, motori che ringhiano, tir che incombono, e un brusio di sottofondo che non smette mai. Non voglio sapere cosa ne pensi, non voglio accondiscendere, non voglio sentirmi parte. Non voglio più vedere palazzi che coprono la mia vista, non voglio la mia strada sbarrata da mille passaggi al secondo. Non voglio più sapere niente di niente, non voglio più brutte notizie, non voglio affannarmi per l?ansia del futuro. Non voglio più colori spenti a deprimermi, non voglio più la natura morta e malata, non voglio più alberi tagliati. Non voglio essere così vicino, non voglio che il mio mondo venga intaccato, attaccato, stravolto più di quanto già non lo sia stato.
E voglio tirare un sospiro di sollievo da lontano, osservare da fuori, correre sui confini oltrepassati senza mai tornare indietro. Voglio sorridere della mia libertà, voglio un?utopia realizzabile, la mia. Voglio una fuga organizzata nei minimi particolari, scavalcare muri immaginari, affrontare paure assorbite in anni e anni, smascherare il sistema di trucchi, far scattare l?allarme, la trappola, e farla franca. Voglio il mare, il cielo, il sole, l?orizzonte, la calma e la quiete, il respiro ad un ritmo lento. Voglio scegliere, voglio sognare di poter scegliere qualsiasi cosa io voglia. Voglio correre per andare verso qualcosa e smettere di farlo per allontanarmene. Voglio la tua compagnia, e la compagnia dei veri amici, voglio un bicchiere di vino e un sorriso, voglio la tua mano nella mia.
Voglio un momento da ricordare.
Voglio non smettere mai, non perdere mai la rabbia, e non continuare a girare a vuoto come la vita tende a fare e come il mondo impone.